La California è un pezzo di campagna tra la via Emilia e il West, fatto di tanti microcosmi che s'incastrano in una collettività vera e vissuta, viscerale, ironica, emiliana. In Italia al Box OfficeLa California ha incassato 14,3 mila euro .
Emilia, Modena, La California: le sorelle gemelle Ester e Alice passano il tempo tra infanzia e adolescenza, cotte sognate e cotte vissute, tortellini e Amaro del Ciclista. In una frazione sperduta di campagna sembra non succedere mai nulla, ma di traverso si agitano pulsioni e perversioni, quelle della madre Palmira che non si è mai più ripresa dallo stress post-parto, il padre Yuri il punk che alleva maiali e beve per dimenticare ogni cosa, il nonno che un tempo è stato partigiano e ora se ne sta da solo a pescare e basta. E poi tutti gli altri, amici e conoscenti del paese, il Malagoli con le sue macchine scintillanti e le sue fabbriche inquinanti, Liviana che fa la parrucchiera ma si sfonda di prove in saletta per cantare e suonare... Ogni cosa va avanti così, finché Allende e il figlio Pablo, esuli comunisti dal Cile dittatoriale, fanno la loro comparsa.
Ambientato in una splendida città di mare della Riviera italiana, l’originale film d'animazione è la storia di un giovane ragazzo che vive un’esperienza di crescita personale durante un’indimenticabile estate contornata da gelati, pasta e infinite corse in scooter. Luca condivide queste avventure con il suo nuovo migliore amico, ma tutto il divertimento è minacciato da un segreto profondo: lui in realtà è un mostro marino di un altro mondo situato appena sotto la superficie dell’acqua.
Lucky Prescott (Isabela Merced, Dora e la città perduta) non ha mai conosciuto veramente la sua defunta madre, Milagro Navarro (Eiza González, Fast & Furious - Hobbs & Shaw), un'impavida stuntman cavallerizza di Miradero, una piccola città ai confini della frontiera. Come sua madre, Lucky non è esattamente una fan delle regole e delle restrizioni, e questo ha causato a sua zia Cora (la vincitrice dell'Oscar® Julianne Moore) non poche preoccupazioni. Lucky è cresciuta in una città della Costa Orientale degli Stati Uniti sotto l'occhio vigile di Cora, ma quando Lucky sfida la sorte con avventure rischiose, Cora alza la posta in gioco e decide di trasferirsi con la nipote dal padre di Lucky, Jim (il candidato all'Oscar® Jake Gyllenhaal), a Miradero. Lucky è indifferente alla quiete cittadina. Cambia idea quando incontra Spirit, un Mustang ribelle che condivide la sua vena indipendente, e fa amicizia con due cavallerizze del posto, Abigail Stone (Mckenna Grace, Captain Marvel) e Pru Granger (Marsai Martin, La Piccola Boss). Il padre di Pru, Al Granger, il proprietario della scuderia (il vincitore di un Emmy Andre Braugher per Brooklyn Nine-Nine, Fox), è il migliore amico del padre di Lucky. Quando un addestratore di cavalli senza cuore (Walton Goggins, candidato all'Emmy per Justified, FX) e la sua squadra pianificano di catturare Spirit e la sua mandria e metterli all'asta per una vita di prigionia e duro lavoro, Lucky riunisce i suoi nuovi amici e si imbarca coraggiosamente in questa avventura per salvare il cavallo che le ha dato libertà e uno scopo, e che l'ha aiutata a scoprire un legame con l'eredità di sua madre e con la sua eredità messicana, che non si sarebbe mai aspettata.
n un universo fantasy che il progresso tecnologico ha reso uguale al nostro, l'elfo Ian è un adolescente come tanti, impacciato e poco sicuro di sé. Mamma Laurel e il vulcanico fratellone Barley non possono riempire del tutto il vuoto lasciato da un padre scomparso prima che Ian nascesse, ma per il suo sedicesimo compleanno il ragazzo riceve in dono un artefatto magico che può farlo tornare in vita per 24 ore. L'incantesimo riesce solo "a metà", limitandosi a far apparire le gambe dell'elfo genitore e proiettando i due fratelli verso un'avventura contro il tempo per rivedere finalmente il volto del padre.
Prima storia originale Pixar a tre anni da Coco, Onward è una voce di buon livello nell'ormai ampio catalogo della casa di animazione Disney, dal sicuro impatto emotivo pur non essendo tra i più complessi o più ricchi dal punto di vista narrativo.
Opera seconda del regista Dan Scanlon, che aveva esordito con il prequel Monsters University nel 2013, Onward fa della semplicità la carta vincente, come quella che decide una partita di Magic pur non essendo la più alta.
Film sulla magia ma in realtà ancorato al quotidiano, racconta di un mondo fantastico che si è lasciato ammorbidire dalla comodità, e che, seppur non ridotto a un tutt'uno con i televisori come in Wall-E, ha quantomeno dimenticato il potere della magia relegando incantesimi e maledizioni alle pagine di libri e giochi di carte, e gli unicorni a darsi battaglia per i resti di spazzatura sul marciapiede. Con un titolo che torna a invocare una direzione, come in Up!, l'invito stavolta è a mettersi in strada (a bordo del furgone "Ginevra" scassato e dipinto, ovviamente) e a mettersi in gioco, sempre "avanti" e possibilmente senza scegliere la via più ovvia.
Ci riesce lo stesso Scanlon, perfino in un film dall'impianto già scritto come tutte le storie di mitologia e profezie: Onward si guadagna un terzo atto tutto da piangere perché sa sterzare gli affetti e ritrovare il legame tra fratelli in un universo di madri costrette a rincorrere e figure paterne amorevolmente vuote. Secondo manuale della factory Pixar, l'idea centrale è piccola e spesso personale, in questo caso nata dall'infanzia del regista trascorsa senza un padre, e l'esecuzione è abbastanza toccante da far dimenticare una visione del mondo fatta di vita di provincia, esaltazione di un passato perduto (e forse mai esistito) e ruoli familiari piuttosto conservativi.
A differenza del buffo compagno d'avventura di Ian e Barley, un "papà dimezzato" che sta tra Calvino e Weekend con il morto e sarà fonte di infinite gag cinetiche lungo il percorso, Onward sembra avere più cuore che gambe, ma combina con successo l'elaborazione del lutto paterno e la celebrazione del fantasy, da intendersi non soltanto come genere ma come prodotto culturale. In questo intercetta - senza dubbio di proposito - una generazione di figli e giovani padri da ammaliare con il doppio incantesimo nostalgico-affettivo, e contemporaneamente cuce insieme il sentimento umano e il classico livello allegorico meglio di altri titoli Pixar.
ASSENZA DI RITMO, ECCESSO DI DETTAGLI E GAG FUORI TEMPO: IL PROBLEMA NON È COSA RACCONTARE, MA COME FARLO.
Roma, 8 marzo 2020. La ricca borghese Mariella scopre che il marito avvocato Giovanni la tradisce con Tamara, una donna più giovane e "periferica", cioè borgatara. Tamara, cassiera al supermercato, è a sua volta sposata con Walter, placido tassista che scopre nello stesso giorno il tradimento della compagna. Ma proprio mentre Giovanni e Tamara stanno per uscire dalle rispettive case coniugali scoppia il lockdown, e le due coppie sposate sono costrette a rimanere insieme almeno fino a quando la quarantena non sarà terminata.
Chiunque, durante il lockdown, ha pensato almeno una volta alla situazione paradossale in cui devono essersi trovati gli amanti impossibilitati ad uscire di casa per i loro incontri clandestini, ed Enrico Vanzina, che ha sempre fatto del tradimento coniugale uno spunto comico, mette il dito nella piaga di una situazione che ha reso il tutto più farsesco.
È perfettamente lecito raccontare anche il più drammatico degli eventi nei suoi risvolti ironici, soprattutto se serve a fare da cartina di tornasole di quella società e quel carattere nazionale che tanto spesso i Vanzina hanno saputo fotografare con più lucidità e immediatezza di tanti trattati sociologici, e in questo senso Lockdown all'italiana è un memorandum delle situazioni stranianti in cui l'Italia, e poi il resto del mondo, si sono trovati all'insorgere della pandemia.
Il problema non è dunque il cosa ma il come: Enrico Vanzina, che scrive e dirige, mostra un impaccio formale nel confezionare i siparietti fra le coppie e abbonda nei dettagli - la spesa contingentata, le multe, lo smartworking e le conversazioni via Skype, il cane finto da portare a passeggio, ma anche la bandiera italiana sul balcone e le strade deserte - senza trovare quel ritmo cinematografico e soprattutto quel mordente che avrebbero potuto rendere questa "commedia del disastro" eccezionale.
Dentro Lockdown all'italiana c'è un film molto più coraggioso e dissacrante, disposto ad allontanarsi dalle battute retrò per affondare il colpo nel lato grottesco e amaro di una situazione eminentemente paradossale. Vanzina lo sa, perché cita ampiamente Sordi, Gassman e la commedia all'italiana più amara, ma se ne tiene ai margini.
La cifra del suo film è più malinconica che graffiante - e infatti cita anche Sapore di mare, nella scena in cui il personaggio interpretato da Jerry Calà prende consapevolezza dei suoi limiti e dei suoi rimpianti. In questo senso il portavoce della storia è Ricky Memphis nei panni di Walter, che trova il suo momento migliore nel dialogo con Riccardo Rossi (l'avvocato Persichetti) quando prende improvvisamente una virata drammatica e chiede a Walter (e a noi spettatori): "Lei non ha paura?". Questo cambio di passo repentino, improvviso come un decreto governativo, è molto più efficace del monologo che farà più avanti Ezio Greggio nel ruolo del "cazzaro" Giovanni, con tanto di musica ispirata.
La regia è convenzionale - campi, controcampi, duetti fissi, uno sguardo in macchina qua, una ripresa a 360° là - il che fa percepire l'aspirazione di Enrico Vanzina a replicare il ritmo di suo fratello Carlo: per ora è un work in progress. Ci sono i riferimenti ai programmi di Barbara D'Urso, le stoccate alle mascherine chirurgiche che "non servono a un tubo ma sono obbligatorie" e allo "stato di polizia" imposto dal lockdown, c'è il dare voce alla pancia della gente ("Quando finirà sta galera?"), e c'è anche la consapevolezza che il virus non cambia la natura delle persone anche se ne modifica gli equilibri relazionali. Ma le gag e le battute sembrano ancorate agli anni Ottanta e perdono la preziosa occasione di testimoniare un presente dal potenziale davvero tragicomico.
Il disperato tentativo di fuga per la libertà di Cora Randall (l'esordiente Thuso Mbedu) nel Sud pre-Guerra Civile Americana. Dopo essere scappata da una piantagione in Georgia alla ricerca della famigerata "ferrovia sotterranea" (Underground Railroad), Cora scopre che non si tratta di una mera metafora, ma di una vera e propria ferrovia piena di ingegneri e conducenti, e di una rete segreta di tunnel e binari sotto il suolo sudista. Lungo il suo viaggio, Cora è inseguita da Ridgeway (Joel Edgerton), un cacciatore di taglie determinato a riportarla nella piantagione da cui è fuggita; ancor più perché la madre della ragazza, Mabel, è l'unica persona che non sia mai riuscito a catturare. Spostandosi da uno stato all'altro, Cora deve affrontare la pesante eredità di una madre che l'ha abbandonata e la sua lotta per cercare di creare una vita che non aveva mai neppure creduto possibile.
Sonic è un riccio blu elettrico che corre ad una velocità superiore a quella del suono. Il suo potere è ricercato e invidiato ed è proprio per sfuggire ai cacciatori che lo inseguono che viene spedito tramite un anello magico sul pianeta Terra, con un sacchettino di anelli di riserva per fuggire in altri mondi, nel momento del bisogno. Ma Sonic si affeziona al nostro pianeta, e ancora di più quando diventa amico di Tom, un poliziotto dell'immaginaria Green Hills, nel Montana, che sogna un futuro da eroe della strada a San Francisco.
La strana coppia formata da Tom, un duro dal cuore tenerissimo, e dal piccolo alieno peloso, che teme di essere condannato alla solitudine perenne, è il passepartout per l'universo family-oriented del film e riporta alla mente decine di esempi: su tutti Hop col quale condivide il nome di James Marsden, nei panni di un personaggio uguale e contrario, e quello di Tim Hill, là regista e qui produttore.
Popolarissima icona dei videogiochi anni '90, seconda soltanto al Mario della Nintendo cui voleva essere una risposta, la mascotte della Sega, che all'epoca portava con sé la rivoluzione di una nuova velocità d'azione, ha ormai alle spalle anche una lunga carriera da attore al cinema e nelle serie tv, ed era dunque pronto per una doppia sfida: compiere un'operazione nostalgia, ricordando agli spettatori dell'età di Tom i giochi con cui sono cresciuti, e allo stesso tempo rilanciare se stesso e una probabile serie di film con questo primo capitolo a tecnica mista, ideale per impostare le regole dell'impresa e testare il terreno.
Con Sonic si ride del collega stupido di Tom, della sorella bisbetica di sua moglie, dello spirito curioso e ragazzino del riccio stesso, e c'è ampio spazio per l'azione, nella sfida con l'egomaniaco dottor Robotnik (Eggman), che Jim Carrey interpreta in una versione dark e frustratissima, che ricorda i super villain dei cartoni animati di qualche decennio fa, nei quali intelligenza e ridicolaggine s'incontravano e fondevano nel punto più alto.
Se Sonic ha un problema è nel suo ottemperare con un'esecuzione impeccabile ad un copione irrimediabilmente prevedibile in ogni tappa. Come la partita di baseball, che il velocissimo Sonic gioca da solo, arrivando in tempo per tutti i recuperi e a tutte le basi, il film sembra scavato lungo un tragitto scolastico e previsto, che la mascotte percorre con tale facilità che la soddisfazione dello spettatore non può che risentirne, almeno in parte.
Al termine della visione, nessuno negherà a Fowler e alla sua squadra "il cinque" di cui va esplicitamente in cerca, ma un pizzico di originalità e di emozione in più avrebbero fatto la differenza